Scandalo Bo Xilai: l’ultimo atto

Published on La Voce di New York | Aug 8, 2013

Anche in Cina un’inchiesta giudiziaria getta ombre su possibili motivazioni politiche dietro molte sentenze.

Bo Xilai

Bo Xilai

Oramai è questione di qualche settimana, o forse solo di giorni, perché si apra il processo contro l’ex astro nascente della politica cinese, Bo Xilai, chiudendo il sipario su uno scandalo che con il suo cocktail di soldi, potere e omicidio sarebbe stato la trama perfetta di un romanzo poliziesco.

Il 25 Luglio scorso Bo è stato formalmente accusato di abuso di potere, corruzione e appropriazione indebita per un totale di 25 milioni di yuan (circa 3 milioni di euro), capi d’accusa di cui dovrà rispondere davanti alla corte di Jinan, nella provincia orientale dello Shandong.

Tutto ha inizio nel Febbraio 2012 quando l’allora braccio destro di Bo, il capo della polizia di Chongqing, Wang Lijun, si rifugia nel consolato americano della non lontana città di Chengdu, nel sud ovest del paese, restandovi per un giorno intero. Non è chiaro cosa succeda in quelle ore, forse Wang chiede l’asilo politico, forse rivela le reponsabilità di Bo e di sua moglie Gu Kailai nell’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood, ritrovato morto tre mesi prima in una stanza d’albergo.

Qualunque cosa sia successa quella notte al consolato, il fatto sembra innescare una serie di eventi – di cui molti dietro le quinte – che portano all’allontanamento di Bo dalle sue funzioni di segretario del partito a Chongqing, alla condanna della moglie Gu alla pena capitale sospesa, ovvero tramutata in carcere a vita, per l’omicidio di Heywood, alla sentenza di Wang Lijun a 15 anni di prigione per corruzione e altri capi d’accusa e infine all’espulsione di Bo dal Partito Comunista Cinese (PCC) nel Settembre 2012.

Il processo di Bo sarà probabilmente molto breve, riprendendo un copione già visto per quello di sua moglie, che durò solo sette ore e si svolse a porte chiuse. Come Gu, anche Bo avrebbe deciso di dichiararsi colpevole di fronte ai giudici, probabilmente nella speranza di alleviare i termini della sua condanna, che secondo alcuni esperti potrebbe andare dai 15 ai 20 anni di prigione.

Tuttavia, secondo delle fonti dell’agenzia Reuters, Bo potrebbe decidere di farsi carico unicamente dei reati di corruzione e appropriazione indebita attribuitigli durante il suo mandato di sindaco dal 1992 al 2000 nella città del nord-est Dalian, ma rifiutando l’accusa di abuso di potere, che sarebbe legata all’affare Heywood e al suo periodo in carica a Chongqing.

Nell’attesa del processo, Bo Xilai intanto è già stato condannato all’oblio collettivo. Recentemente infatti, il museo di Dalian, da lui stesso fatto costruire negli anni ‘90, ha avuto cura di eliminare qualsiasi oggetto che facesse riferimento al suo operato politico, rimpiazzandolo con collezioni di timbri, pipe e altre chincaglierie.

Viene da domandarsi se ciò basterà a cancellare un uomo che ha segnato, in bene e in male, la memoria politica dei cinesi. A Chongqing, una megalopoli di circa 30 milioni di abitanti, Bo si era fatto conoscere, e da molti apprezzare, per la sua lotta senza quartiere al crimine organizzato, una lotta tanto efficace quanto, pare, brutale e parziale nei confronti di amici e nemici.

A Gennaio scorso, il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato la sua intenzione di combattere la corruzione sotto tutti gli aspetti, dalle “mosche” alle “tigri”, ovvero dai piccoli funzionari fino agli alti quadri di partito, come Liu Zhijun, ministro delle ferrovie che a Luglio si è visto condannare alla pena capitale sospesa per corruzione e abuso di potere.

Tuttavia, a fronte della dichiarata volontà di lotta alla corruzione, non mancano gli arresti di semplici cittadini che chiedono più trasparenza sui possedimenti dei leader politici. L’ultimo caso è quello di Xu Zhiyong, un attivista arrestato il 16 Luglio a Pechino. Un editoriale apparso qualche settimana fa sul giornale americano ‘The Atlantic’ sottolinea l’incoerenza di una politica anti-corruzione che punisce proprio quelli che chiedono maggiore trasparenza e sarebbero i migliori alleati in questa lotta.

Sono contraddizioni di questo tipo che spingono a vedere l’altro aspetto dello scandalo Bo Xilai, ovvero la caduta di un leader in ascesa e la relativa ristrutturazione degli equilibri politici interni al partito, sullo sfondo del ricambio ai vertici del potere avvenuto col diciottesimo Congresso del PCC a Novembre scorso.

A più di un anno di distanza dall’inizio della vicenda, ora il capitolo Bo Xilai si avvicina alla sua chiusura, probabilmente con grande sollievo di quei funzionari, piccoli e grandi, che hanno attraversato indenni la tormenta e oggi sono ancora al potere.



Leave a Reply

Thaksin Shinawatra
Thailandia: l’amnistia che non concilia ma divide
Il premier cambogiano Hun Sen mostra il dito dopo aver votato
La Cambogia al bivio, tra contestazioni elettorali e speranza di cambiamento
IPS
G-Global, looking for a more inclusive global economy
La disperazione dei parenti di operaie morte sul lavoro
Bangladesh, dove di lavoro si continua a morire