Bangladesh, dove di lavoro si continua a morire

Published on La Voce di New York | Oct 20, 2013

Con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia della povertà, le operaie del tessile accettano di guadagnare 40 dollari al mese e così il governo può assicurare i grandi profitti per gli investimenti delle multinazionali occidentali.

La disperazione dei parenti di operaie morte sul lavoro

La disperazione dei parenti di operaie morte sul lavoro

L’incendio che martedì scorso ha causato la morte di nove persone e il ferimento di una cinquantina in una fabbrica tessile nel Bangladesh centrale non poteva non richiamare alla mente il crollo, in aprile scorso, degli otto piani del Rana Plaza, nella periferia della capitale Dacca, in cui più di 1100 lavoratori hanno perso la vita. Solo qualche mese prima, a novembre 2012, era stata la volta della fabbrica Tazreen Fashions, anch’essa nei dintorni di Dacca, che bruciando aveva causato la morte di almeno 112 persone.

Questa tragedia deve essere l’ultima, ha detto Guy Ryder, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), commentando l’incendio della settimana scorsa. Ma il vero e proprio bollettino di guerra dei lavoratori bengalesi morti di fronte a una macchina da cucire lascia poco spazio alla speranza. Secondo l’International Labor Rights Forum, più di 1800 persone sono morte a causa di incendi e crolli di fabbriche d’abbigliamento in Bangladesh dal 2005 ad oggi.

Vivere del proprio lavoro può voler dire morirne per i circa 4 milioni di operai del tessile del Bangladesh. Terzo paese al mondo per la produzione tessile dopo Cina e Vietnam, il Bangladesh produce ed esporta prodotti d’abbigliamento per grandi marchi come Gap, Primark, Walmart, American Apparel e altri, per un valore annuo complessivo di 14 miliardi di euro.

Gli operai del tessile del paese, di cui l’80% donne, guadagnano uno stipendio minimo di 35 euro al mese. In un paese in cui quasi metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno, è facile capire come molti siano disposti a lavorare in fabbriche malsane e insicure per uno stipendio da fame. L’hanno capito pure tante multinazionali che hanno trovato nel Bangladesh un bacino di manodopera a basso costo.

Il governo bengalese, dipendente dalle esportazioni tessili, mantiene basso lo stipendio minimo per incoraggiare gli investimenti stranieri e restare competitivo sul mercato internazionale, come spiega il portavoce del ministro del settore tessile in un documentario del 2013 del giornalista francese Michaël Sztanke. Solamente dopo dure lotte operaie, nel 2010, lo stipendio minimo è stato aumentato da 19 a 35 euro al mese.

Non a caso negli ultimi anni molte produzioni tessili sono state delocalizzate dalla Cina, dove un operaio guadagna circa 200 euro al mese, verso la Cambogia, dove si scende sulle 46 euro mensili e ovviamente il Bangladesh. E con lo stipendio sembrano scendere anche i livelli di sicurezza.

Dopo l’incendio del Rana Plaza, il governo bengalese ha lanciato, con il sostegno dell’ILO, una serie di accertamenti delle condizioni di sicurezza di tutte le fabbriche di abbigliamento sul territorio nazionale, da svolgersi entro il 31 dicembre 2013.

Inoltre, sotto la pressione della comunità internazionale e dell’Unione Europea, il cui mercato riceve il 60% dell’export tessile del Bangladesh, a luglio è stato approvato un pacchetto di riforme volto a garantire più diritti per i lavoratori. Ma non sono mancate le critiche di chi vi ha visto solo un’azione di marketing per calmare il baccano dei media e le ire delle multinazionali straniere.

E queste multinazionali, che responsabilità hanno in tutto cio? È forse la ditta X in dovere di verificare che l’appaltatrice Y non commetta irregolarità nello svolgimento dei suoi servizi? O forse X può chiudere un occhio e, per stare sicuri, anche tutti e due?

Non la pensa così il Gruppo di Lavoro ONU su Business e Diritti Umani, che a seguito della tragedia del Rana Plaza ha sottolineato la responsabilità delle multinazionali del tessile di accertare il rispetto dei diritti umani sul luogo di lavoro da parte dei loro fornitori, applicando così i Principi Guida dell’ONU su Business e Diritti Umani del 2011, il cosiddetto ‘rapporto Ruggie’ dal nome del suo autore.

Ma si tratta appunto solo di ‘principi guida’, linee d’azione che non hanno alcun carattere costrittivo se non tradotte in leggi dai singoli stati. E cosi la palla è rimpallata allo stato bengalese e alla buona volontà delle grandi ditte dell’abbigliamento.

“C’è una via superiore verso la competitività, che porta alla crescita inclusiva e alla riduzione della povertà. C’è anche una via inferiore … essa porta alle tragedie che stiamo vivendo oggi,” ha dichiarato Gilbert Houngbo dell’ILO, “Essa non porta fuori dalla povertà. È invece una trappola in cui bassa produttività, condizioni di lavoro indegne e una produzione di basso valore aggiunto impediscono il progresso sociale ed economico.” Quella trappola ha preso la forma di fuoco e macerie per quei lavoratori bengalesi che, producendo magliette e jeans per i mercati occidentali, per 35 euro al mese, hanno perso la vita.



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