Il mercato cinese si apre di più, l’Italia saprà approfittarne?

Published on La Voce di New York | Dec 19, 2013

Zona di libero scambio di Shanghai, dove è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato: ne abbiamo parlato con Claudio d’Agostino della Camera di Commercio Italiana nella metropoli cinese.

Una veduta di Shanghai

Una veduta di Shanghai

Il 29 settembre scorso il governo cinese ha inaugurato una “zona pilota di libero scambio” a Shanghai, un’area di 29 chilometri quadrati caratterizzata dalla riduzione delle restrizioni burocratiche e legislative per alcuni tipi di industrie, in particolare gli istituti finanziari e le compagnie di telecomunicazioni. Quali sono le novità principali di questa zona e quali opportunità si potrebbero aprire per le società italiane? La Voce di New York l’ha chiesto all’Avvocato Claudio d’Agostino, Vice Presidente della Camera di Commercio Italiana a Shanghai.

Molti hanno sottolineato la mancanza di chiarezza e d’innovazione nelle modalità di funzionamento della nuova zona pilota, che si ridurrebbero ad una “lista negativa” d’investimenti vietati al suo interno. Quali sono i principali cambiamenti concreti previsti all’interno di questa zona per le compagnie straniere?

In realtà la “negative list” è una grande novità per la Cina: permettere tutto quello che non è espressamente vietato è una novità assoluta per il paese in generale e per gli investimenti stranieri in particolare. Credo sia ancora presto per capire la portata delle “liberalizzazioni” che la zona permette (regolamenti più o meno di dettaglio sono emanati quotidianamente), ma credo si possa dire che le opportunità più interessanti saranno per il settore dei servizi e, tra questi, forse ancora di più quelli finanziari.

In Cina è già permesso importare ed esportare, direttamente o indirettamente, ogni genere di prodotti – salvo quelli soggetti a normative o restrizioni particolari, come peraltro in tutto il mondo. Quindi l’aspetto innovativo della zona non è quello commerciale, ma quello dei servizi. L’operatore straniero che intende operare in uno dei settori in via di apertura grazie alla zona può semplicemente insediarsi lì e cominciare ad operare.

Claudio D'Agostino

Claudio D’Agostino

Come il suo nome lo indica, la zona di Shanghai è una zona “pilota”, cioè di prova. A suo parere, quali risultati si dovranno verificare perché il governo cinese decida di ripetere altrove e allargare l’esperimento?

Il meccanismo è testato e semplice: si prova all’interno della zona, con dei “filtri” all’osmosi delle attività tra la zona e il resto della Cina; poi si operano gli aggiustamenti che vengono ritenuti opportuni e si allarga al resto del paese.

Questa è stata per esempio la storia, sempre partita da Shanghai e sempre dalla stessa zona, della possibilità per gli operatori stranieri di operare con società di solo trading, non produttive. In quella zona era possibille già dagli anni ’90 del secolo scorso, nel resto della Cina si è dovuto aspettare altri dieci anni.

Quali sono al momento gli ostacoli principali incontrati dalle società italiane in Cina e quali vantaggi esse potranno trarre da una maggiore liberalizzazione?

Per la maggior parte delle aziende e dei prodotti da anni non ci sono ostacoli legislativi né limitazioni di natura regolamentare; quindi, nessuna novità.  Per chi invece opera in quei pochi settori specifici non ancora “aperti” e ora toccati dalle politiche preferenziali della zona, essa significa poter cominciare ad operare in Cina.

Il 21 Novembre ha avuto luogo a Pechino il sedicesimo Summit tra l’Unione Europea e la Cina, durante il quale le due parti, tra le altre cose, hanno discusso dell’agevolazione degli investimenti e del commercio europei in Cina, chiudendo tra l’altro una polemica di quest’estate in cui Pechino ha accusato alcuni stati europei di vendere vino sottocosto in Cina. Quali possono essere i risultati positivi di questo Summit per le relazioni commerciali UE-Cina e Italia-Cina e in particolare riguardo la polemica sui vini?

La polemica sul vino era probabilmente ritorsiva nei confronti dell’imposizione di dazi protettivi in Europa sui pannelli solari prodotti in Cina. Fa parte delle normali scaramucce commerciali tra paesi. Gli stessi produttori cinesi di vino non ci hanno mai creduto e difatti la questione si è risolta in niente già a fine estate. Le riunioni di questi giorni credo siano più finalizzate ad impostare accordi commerciali bilaterali, prodromici a quelli di libero scambio che l’Europa sta negoziando con altri paesi.



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