Se una notte d’inverno in quel di Pechino

Published on La Voce di New York | March 7, 2014

In una serata nebbiosa nella capitale cinese, con una mia amica incontriamo un passante che pensa che in Italia si parli inglese…

Una via lungo piazza Tian'anmen a Pechino

Una via lungo piazza Tian’anmen a Pechino

Stavamo semplicemente passeggiando io e Chiara. Non c’era un’anima dietro piazza Tian’anmen. Serata particolarmente fredda, particolarmente buia, particolarmente nebbiosa. Si parlava di un possibile viaggio nello Xinjiang o nello Yunnan forse, chissà: rischi, preferenze, embrionali organizzazioni.

Un tizio per strada: 50 anni? 60? Forse, non so. Piccolo, secco, pantaloni blu, giaccone blu, cappello blu, bello incassato sulla testa da uccellino. Ci avvista da lontano col suo adunco naso radar, siamo sulla sua traiettoria, seguita, cammina, ci pensa… ci passa vicino: liscio. S’indovina il rumore macchinoso di un pensiero nella sua testolina a uovo d’uccello: “due straniere… inglesi? mi fermo? Chiedo qualcosa? O no?” Comunque no, non si ferma. Seguita invece, cammina, si allontana. Poi ci ripensa, rumore macchinoso del suo pensiero che possiamo avvertire anche voltate… eccolo che torna: “Hello, do you speak english?”

Sì, parliamo inglese… sì, però siamo italiane… sì, anche gli italiani a volte parlano inglese, per quanto qualcuno potrebbe sostenere il contrario. Non ci chiede per fortuna se in Italia la lingua nazionale è l’inglese, come invece ci domanda il giorno dopo il tizio che vende il “tofu puzzolente” per strada  – sì, si chiama proprio “tofu puzzolente” ed è proprio puzzolente. E’ un paese dalla sana virtù quello in cui i nomi corrispondono fedelmente alle realtà, non è vero?

Ma, tornando a noi, il tizio col cappotto blu e il cappello blu sulla testa da uccellino ci chiede invece di leggergli una frase dal suo quaderno di inglese, tutto fogli e fogliacci uno sopra l’altro… aspetta che la cerca… eccola: “In my country the parents scold, they always beat the disobedient boys, in your country is it the same?”

Strana frase, ma se gli fa piacere, perché no, la ripeto. Certo, avverto io, siamo italiane, magari, sai, la pronuncia non è proprio precisa. “That’s ok, that’ ok,” fa lui, “Say it again.” E lo ripeto: “In my country…” E lui ripete: “…the parents scold…” “Say it again” E lo ripeto: “ …they always beat…” E lui ripete “…the disobedient boys…”

Sì, però, scusa se mi permetto, quel “the” davanti a “parents” non ci va. Ah, bene, bene! È così felice che gli abbia fatto questa importante correzione, che bella fortuna incontrare due occidentali che parlano bene l’inglese, così posso finalmente imparare questa frase come si deve… ma allora, neanche davanti a “disobedient” ci va il “the”, vero? Eh già, bravo.

Non l’avessi mai detto. Ora ogni volta che arriva a quel maledettissimo “the” va in tilt: lo legge, poi “no, non lo devo leggere” dice, allora ricomincia la frase, stavolta non lo legge, “no, senza ‘the’”.. “The parents”, “no, parents”. Forse era meglio se stavo zitta.

“In my country parents scold, they always beat disobedient boys, in your country is it the same?” Ecco, ora è così la frase. Noto quello “scold”, che suona un po’ strano, non mi sembra sia molto usato, ma l’esperienza insegna: sto zitta. Anzi, ripeto: “ In my country…”

Ce l’ha fatta ripetere non so quante volte questa frase assurda. E alla fine – certo, non poteva mancare – infila la testa da uccellino anglo-cinese col cappello blu nel suo borsone blu e tira fuori un piccolo, ma utilissimo registratore. “Say it again.” E ripeto: “In my country parents scold, they always beat disobedient boys, in your country is it the same?”

Ora le frequenze della mia voce fluttuano, chissà dove, nell’aria di Pechino, dal piccolo ma utilissimo registratore di un omino blu con la testa a uovo d’uccello.



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