Cina: culla e tomba della spazzatura elettronica

Published on La Voce di New York | Apr 30, 2014

La conoscevamo come il maggior produttore nel campo elettronico, ora però la Cina è anche “la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo”, i cosiddetti e-waste che arrivano da ogni angolo del globo. Tuttavia secondo Carlo Ferri, DPhil alla Oxford University “è difficile parlare di numeri precisi riguardo ai flussi transnazionali di rifiuti elettronici, data la natura sommersa dell’attività”.

Carlo Ferri con un lavoratore migrante in un magazzino di rifiuti. Foto di Tao Dongyan

Carlo Ferri con un lavoratore migrante in un magazzino di rifiuti. Foto di Tao Dongyan

Vi siete mai domandati dov’è finito quel cellulare che avete buttato mesi fa per comprarvi l’ultimo modello? O quel computer che avete finalmente gettato per far spazio nello sgabuzzino in cui stava relegato da anni?

È possibile che ora si trovino in una qualche discarica in Cina, dove un contadino cinese emigrato in città va a rovistare ogni giorno tra i rottami, per estrarne rame, alluminio, nichel e altri metalli da poter rivendere.

Secondo un rapporto ONU dell’anno scorso, la Cina è infatti “la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo”. Il paese assorbe circa il 70% dell’immondizia elettrica e dell’elettronica mondiale, i cosiddetti “e-waste”: computer guasti, TV e elettrodomestici vecchi, cellulari rotti o semplicemente scartati perché passati di moda.

Quest’enorme flusso d’e-waste arriva dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altri paesi asiatici, come il Giappone e la Corea del Sud, nonostante la loro importazione sia stata vietata dal governo cinese sin dal 2000.

E nonostante molti paesi esportatori –  ma non gli Stati Uniti – abbiano ratificato la Convenzione di Basilea, che limita i movimenti transnazionali di rifiuti pericolosi. La convenzione era stata pensata appunto per evitare l’iniquo passaggio della patata bollente dei rifiuti tossici da paesi più ricchi a paesi più poveri.

Waste village di Dongxiaokou, periferia nord di Pechino. Foto di Carlo Ferri.

Waste village di Dongxiaokou, periferia nord di Pechino. Foto di Carlo Ferri.

Se è vero, come dice Greenpeace, che riciclare lo schermo di un computer in Cina costa dieci volte meno che negli Stati Uniti, l’esportazione degli e-waste sembra essere uno sporco affare troppo interessante per essere abbandonato. Così, in barba a leggi nazionali e internazionali, dei rifiuti elettronici continuano ad affluire in paesi in via di sviluppo, le cui norme di protezione dei lavoratori e dell’ambiente sono blande o inesistenti. Non solo la Cina, ma anche l’India, il Pakistan, il Ghana e la Nigeria.

“È difficile parlare di numeri precisi riguardo ai flussi transnazionali di rifiuti elettronici, data la natura sommersa dell’attività. La Cina non è l’unico importatore e alcuni dei flussi di rifiuti elettronici che passano per il paese hanno altre destinazioni finali,” spiega Carlo Ferri, DPhil Candidate all’Università di Oxford, attualmente a Pechino, dove effettua delle ricerche sugli e-waste.

Gli e-waste vengono spesso introdotti in Cina tramite Hong Kong, facendoli passare per prodotti di seconda mano e giocando sulla definizione poco chiara di “rifiuto elettronico” nella legge cinese.

Acre ironia dell’economia globale: buona parte della spazzatura elettronica se ne torna a morire là dove era nata, ovvero in Cina. Pechino ha infatti in mano più del 28% dell’export di apparecchi elettrici ed elettronici. Le riserve cinesi di terre rare, essenziali alla fabbricazione di prodotti tecnologici, sono più ricche di quelle di tutte le altre nazioni messe insieme (dati del 2008).

I prodotti elettronici danno lavoro a tanti in Cina: a chi li produce in fabbrica e a chi li ricicla in discarica. Tra questi ultimi, le grandi aziende di riciclaggio (ad oggi poco più di un centinaio in tutto il paese), ma anche tutta una galassia di attori non autorizzati: “da compratori/venditori ambulanti, passando per piccoli artigiani e businessmen locali, fino a grandi signori dei rifiuti nazionali”.

Un mondo che “non coincide necessariamente con l’illegalità,” continua Ferri, “e può, in alcuni casi, essere tollerato dalle autorità, come un mezzo per risolvere potenziali conflitti sociali, diminuire la disoccupazione o promuovere la crescita economica”. Questo settore, “informale” più che “illegale”, è ad oggi il principale protagonista del trattamento degli e-waste in Cina.

Stando all’ONU, circa 440 000 cinesi lavorerebbero nella raccolta informale di rifiuti elettronici e 250 000 nel loro riciclaggio. Bruciando e dissolvendo le parti in plastica dei rifiuti per estrarne i metalli da rivendere, questi lavoratori delle discariche si espongono pericolosamente a dei componenti tossici e spesso cancerogeni, che nel frattempo vanno anche a contaminare suolo, aria e falde acquifere.

“È impossibile avere dati precisi sul numero di persone impiegate nel settore. Non esistono statistiche ufficiali,” precisa Ferri, “Inoltre, gli attori informali che trattano altri tipi di materiali, si occupano a volte marginalmente anche di e-waste. Se si guarda, quindi, alla totalità degli attori della filiera, i numeri cambiano drasticamente”.

E sono numeri che arrivano a circa 20 milioni di persone, se si considera il trattamento informale di tutti i rifiuti solidi, e-waste e non, in tutta la Cina.

Dongxiaokou, periferia nord di Pechino. Foto di Carlo Ferri.

Dongxiaokou, periferia nord di Pechino. Foto di Carlo Ferri.

“Un’interruzione brusca di queste attività porterebbe sicuramente all’insorgere di pesanti conflitti sociali. Penso che le autorità abbiano ben presente questo punto. Non a caso, sebbene un nuovo quadro legislativo sia entrato in vigore, le attività informali sono tuttora tollerate”.

Nel 2011 infatti, il governo cinese ha introdotto una legge che rende illegale il trattamento dei rifiuti elettronici da parte di individui o enti sprovvisti delle dovute certificazioni. Inoltre la Cina ha iniziato a implementare un sistema di Responsabilità Estesa del Produttore, ovvero l’integrazione, nel prezzo di un bene, dei costi ambientali generati dalla sua produzione e utilizzazione. Ma secondo Ferri “è ancora presto per stilare un bilancio su questa politica”.

Una parte di responsabilità l’hanno di certo le ditte del settore, che producono beni tecnologici ad alto impatto ambientale, ma destinati a vivere non più di due o tre anni, spingendo così i consumatori a un ricambio frequente dei prodotti.

“Le ragioni profonde del problema risiedono nello sfruttamento intenso delle risorse naturali, nella rapida obsolescenza dei prodotti, in pratiche consumistiche diffuse, nel rifiuto di prendere atto del problema ambientale, e potrei continuare. È evidente,” conclude Ferri, “che la struttura delle economie contemporanee non è più sostenibile e soluzioni reali potranno venire solamente da una riflessione e da una volontà politica di cambiamento del nostro modello di sviluppo”.



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