Vietnam: come controllare una religione riducendola a folklore

Published on La Voce di New York | October 10, 2014

Ogni giorno circa 300 turisti visitano il tempio della religione Cao Dai a Tay Ninh. A loro viene mostrata un’immagine preconfezionata e riduttiva che non rende merito a una religione che oggi in Vietnam conta un numero di fedeli che si stima tra i 2.5 e i 6 milioni e la cui storia s’intreccia con vicende politiche e belliche del paese.

La cerimonia di mezzogiorno nel tempio di Tay Ninh, Vietnam. Luglio 2014. Crediti foto: Silvia Romanelli

La cerimonia di mezzogiorno nel tempio di Tay Ninh, Vietnam. Luglio 2014. Crediti foto: Silvia Romanelli

Sono tra i 200 e i 300 i turisti che ogni giorno visitano il tempio della religione Cao Dai a Tay Ninh, nel Sud del Vietnam, a un centinaio di chilometri dalla capitale Ho Chi Minh City.

Arrivano con dei tour organizzati, in pullman che seguono tutti indistintamente lo stesso percorso. Partono la mattina da Ho Chi Minh City e fanno una prima sosta in un negozio di manufatti prodotti da portatori di handicap vittime dell’agente arancio usato durante la guerra del Vietnam. Poi trasbordano il loro manipolo di turisti verso Tay Ninh per assistere alla quotidiana messa Cao Dai di mezzogiorno. Infine si dirigono a Cu Chi, dove i turisti possono percorrere qualche metro di uno dei tunnel in cui si nascondevano i vietcong durante la guerra, assistere alla spiegazione dei mille tipi di trappole che i vietcong tendevano agli americani nella foresta e guardare un video in bianco e nero che incensa i meriti degli “American killer heros”, ovvero coloro che durante la guerra uccisero americani in quantità.

È così che la visita al tempio di Tay Ninh, inevitabilmente, si perde in questa successione di attività eterogenee e disparate, legate solo dal debole fil rouge del tour organizzato.

Il turista che arriva a Tay Ninh, con ogni probabilità, ha letto nella sua guida che la religione Cao Dai è il “simbolo dell’incontro dell’Oriente e dell’Occidente”, che è basata su delle sedute spiritiche, che tra gli spiriti venerati ci sono Giovanna d’Arco, Shakespeare, Lenin e Victor Hugo e infine che il simbolo di questa religione è l’occhio divino sinistro racchiuso in un triangolo. Un’immagine che evoca vagamente un incrocio tra un simbolo massonico e un’icona new age. Ad alimentare ulteriormente questa impressione di una religione “bizzarra” e “divertente” c’è l’architettura del tempio di Tay Ninh, che non lesina sui colori e sugli elementi di decoro, dando vita a una sorta di barocco kitsch del tutto inatteso. Uno stile che lo scrittore Graham Greene descrisse nel suo romanzo The Quiet American, come “una fantasia orientale alla Walt Disney, con dragoni e serpenti in technicolor”.

Eppure il caodaismo è una religione che va ben al di là di questa immagine ridotta e confezionata ad uso dei turisti, la cui storia s’intreccia con le vicende politiche e belliche che hanno scosso il Vietnam nell’ultimo secolo.

Il caodaismo fu fondato ufficialmente nel 1926 da un funzionario vietnamita dell’amministrazione coloniale francese, tramite una rivelazione ottenuta durante una seduta spiritica. Secondo il Cao Dai, tutte le religioni sono manifestazioni diverse della stessa realtà divina, che è chiamata di volta in volta Dio, Tao, Buddha, Allah o altro. Sincretico nella dottrina e nella pratica, il Cao Dai racchiude in sé elementi estratti da religioni diverse, soprattutto asiatiche, come il concetto di reincarnazione, il principio dello yin e dello yang, la dieta vegetariana, la venerazione dei Bodhisattva, eccetera.

Ma al di là della dimensione puramente spirituale, il Cao Dai (in particolare la branca di Tay Ninh) ha nutrito in sé fin dall’inizio l’aspirazione alla creazione di uno stato religioso caodaista con capitale nella Santa Sede di Tay Ninh. Per arrivare a questo obiettivo, la chiesa caodaista è scesa a patti con i colonizzatori francesi nella prima metà del ‘900 e con gli americani durante la guerra del Vietnam, mettendosi contro ogni volta il potere locale.

Secondo l’esperto di caodaismo Jérémy Jammes, nel Vietnam del Sud, negli anni ’50, circa 3.400 caodaisti furono arrestati e molti di loro morirono in prigione. Nonostante questa repressione, i fedeli caodaisti erano ancora quasi il 25% della popolazione del Vietnam del Sud nel ‘75, quando le truppe comuniste nord-vietnamite presero possesso dell’intero paese.

All’epoca, la chiesa di Tay Ninh aveva ancora delle forze militari, ma parte del suo esercito era già stato smantellato. Essa manteneva al contempo una forte rete d’influenza, soprattutto nelle campagne, grazie ai suoi servizi sociali e caritativi. Secondo Jammes, nel ’75 le istituzioni caritative di Tay Ninh impiegavano 6.000 persone e producevano entrate tramite la gestione di negozi, imprese e terreni.

Di fronte a un tale rischio di concorrenza con le strutture statali, il governo vietnamita mise in atto una repressione aperta. Accusò molti prelati caodaisti di tradimento e spionaggio a favore della CIA, confiscò beni, fece chiudere oratori e centri di culto, vietò le cerimonie pubbliche e le pratiche spiritiste e impose la presenza in ogni struttura religiosa di un “consiglio di gestione”, che assicurava il controllo diretto da parte dello Stato. Come dice Jammes, “i messaggi degli spiriti furono rimpiazzati dalle direttive governative e le benedizioni dai timbri dell’amministrazione secolare e socialista”.

Dei fedeli caodaisti si recano alla cerimonia di mezzogiorno a Tay Ninh, Vietnam. Luglio 2014. Crediti foto: Silvia Romanelli

Dei fedeli caodaisti si recano alla cerimonia di mezzogiorno a Tay Ninh, Vietnam. Luglio 2014. Crediti foto: Silvia Romanelli

Tuttavia, a partire dal 1986, con l’apertura del Vietnam e la graduale liberalizzazione della sua economia, anche la strategia nei confronti delle religioni cambia. Maggiore trasparenza e più rispetto delle libertà religiose s’impongono per garantire al Vietnam una buona immagine internazionale.

Se da un lato degli oratori sono riaperti e delle libertà di culto riconquistate, d’altro lato le forme di controllo si fanno più sottili. Il governo vietnamita applica una strategia di divide et impera giocando sulla concorrenza tra i diversi rami del caodaismo e trasforma Tay Ninh in un sito turistico, riducendolo in questo modo a puro folklore. La chiesa caodaista ne esce più divisa, infragilita e la sua immagine ridotta a prodotto turistico-commerciale.

“L’inserimento del caodaismo nell’economia turistica è, da un lato, un modo per lo Stato di sorvegliare le attività di Tay Ninh e di limitare le sue ambizioni nazionali – senza parlare del fatto che lo Stato è il principale beneficiario delle entrate prodotte dal turismo; d’altro lato, un tale dispositivo turistico-economico porta i fedeli a percepire un universo tradizionalmente sacro, spirituale e misterioso come un luogo oramai secolarizzato, commerciabile e fisicamente accessibile”, spiega Jammes.

Tramite i tour organizzati e le descrizioni semplicistiche delle brochure, le autorità statali mantengono il loro controllo delle strutture e dell’immagine della chiesa Cao Dai, creando un sistema che Jammes chiama “auto-sorveglianza” o “sorveglianza moderata”.

Tuttavia, stando allo studioso, gli alti rappresentati della Santa Sede di Tay Ninh godrebbero oggi di una certa autonomia rispetto al potere statale. Quest’ultimo deve alle volte barcamenarsi tra le rivalità che dividono Tay Ninh da altri rami caodaisti e la necessità di mostrarsi aperto al dialogo con la Santa Sede per evitare di essere accusato, sulla scena internazionale, di non rispettare la libertà religiosa.

Oggi i fedeli caodaisti in Vietnam sono tra i 2.5 e i 6 milioni ; le stime variano secondo le fonti e l’inclusione o meno delle varie branche. Al di fuori del Vietnam, secondo Jammes, ci sarebbero tra i 15 e i 20.000 caodaisti. Saranno forse questi in futuro a cambiare l’immagine del Cao Dai, dentro e fuori dal Vietnam?



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